Generalità.

I foraggi verdi, o erbe, sono alimenti costituiti da essenze erbacee, o parti erbacee di piante, utilizzate direttamente dagli animali. Le loro caratteristiche generali sono l'elevato contenuto in umidità, un moderato tasso di fibra grezza e un discreto valore nutritivo, più alto della media dei foraggi. L'erba è un alimento di ottima qualità e, per i ruminanti, l'alimento per eccellenza. Tuttavia, data la grande produttività in generale raggiunta dagli animali domestici, è ormai quasi sempre necessario integrare la dieta erbacea con dosi più o meno elevate di concentrati, e questo, per i ruminanti, comporta necessariamente anche la somministrazione di foraggi fibrosi.

Utilizzazione dell'erba.

L'erba allo stato fresco può essere utilizzata dagli animali direttamente, tramite il pascolamento, o tramite sfalcio e somministrazione in mangiatoia.
In entrambi i casi, l'epoca di utilizzazione deve essere scelta accuratamente, in quanto la qualità dell'erba è strettamente legata allo stadio fenologico ed allo sviluppo della pianta.

Nelle specie erbacee annue, la lignificazione degli steli è tanto maggiore quanto più avanzata è l'età della piantina, pur variando con la specie erbacea e la varietà. Ovviamente, tale fenomeno riduce notevolmente non solo l'appetibilità della pianta, e quindi l'ingestione da parte degli animali, ma anche la digeribilità della sostanza organica dell'erba. Se addirittura si arriva allo stadio della granigione, le piantine presentano gli steli ormai quasi totalmente lignificati e la quasi totalità dei principi nutritivi si va localizzando nei semi. Di conseguenza, da un punto di vista strettamente alimentare, non si tratta più di erba o foraggio ma di granella mista a paglia (quest'ultima per lo più rifiutata dagli animali, che si ciberanno esclusivamente o quasi degli apici). Le piantine giovani, invece presentano maggiori percentuali di umidità, di proteina digeribile sulla sostanza secca e una digeribilità ed un'appetibilità considerevolmente maggiori. D'altro canto, la quantità di sostanza secca per unità di superficie è tanto più elevata quanto più lo stadio è avanzato, fino ad arrestarsi al termine del ciclo. Dunque una raccolta precoce della pianta fornisce erba di buona qualità ma in quantità limitate.

Per quanto riguarda le essenze poliennali il discorso è parzialmente diverso, in quanto esse tendono a lignificare in misura inferiore rispetto alle specie annuali. Inoltre, è chiaro che, alla formazione dei semi, non tutte le riserve nutritive saranno traslocate verso gli apici. Tuttavia, anche in queste specie la qualità decade più o meno fortemente e rapidamente all'avanzare dello sviluppo.

A causa delle considerazioni su esposte, un taglio troppo precoce, oltre a fornire limitate quantità di sostanza secca per unità di superficie, può compromettere lo sviluppo del cotico, danneggiando le piantine non ancora ben radicate o esaurendone le riserve glucidiche indispensabili per un buon ricaccio. Conseguenza immediata sarà pertanto il ritardo del ricaccio stesso, o addirittura il suo mancato verificarsi. Un'utilizzazione troppo tardiva, per contro, pur aumentando la sostanza secca totale prodotta per unità di superficie, genera notevoli sprechi da parte degli animali al pascolo, per calpestio o rifiuto delle piante già lignificate, e riduce notevolmente la qualità della massa verde e, di conseguenza, il valore nutritivo complessivo dell'erba. Esiste un momento ottimale d’utilizzazione, dato dal compromesso tra l'opportunità di utilizzare la piantina ancora giovane, e quindi qualitativamente migliore, e la necessità economica e tecnica di avere una buona produzione di erba per unità di superficie. La corretta gestione del prato o dell'erbaio consiste soprattutto nell'evitare sia un'utilizzazione troppo precoce, favorendo così il ricaccio, sia una troppo tardiva, per limitare gli sprechi e avere un'erba di buona qualità.

In generale, le condizioni ottimali per l'utilizzazione si verificano quando le piantine raggiungono un'altezza dal suolo di circa 15-25 centimetri, secondo la specie erbacea e quella animale, con interruzione dello sfalcio o del pascolamento a completa rasatura del cotico (ca. 5 cm di altezza uniforme) e deve essere previsto un intervallo di tempo nell'utilizzazione dello stesso appezzamento pari a circa 15-30 gg, secondo il periodo dell'anno ed il clima, in modo tale da consentire alla piantina un ricaccio adeguato dopo un certo periodo di fotosintesi. Al termine di tale periodo, infatti, il cotico avrà raggiunto nuovamente l'altezza e lo sviluppo ottimali.

Il pascolamento.

Si definisce pascolo un estensione di terreno nel quale gli animali utilizzano direttamente l'erba presente. Si tratta per lo più di colture permanenti, sulle quali non sono normalmente attuati interventi di nessun genere. Qualora il pascolo sia in parte o interamente sfalciabile, si definisce prato-pascolo, tipologia poco diffusa in Sardegna, dove prevale il pascolo naturale senza nessuna cura colturale, spesso degradato o in via di degrado a causa dell'errata tecnica e dell'eccessiva pressione di pascolamento o, a volte, per un carico troppo limitato.

Pascolo degradato per carico troppo basso Pascolo degradato da eccessiva selezione degli animali

Una volta pensavamo al pascolo come una forma estensiva da abbandonare con il progresso, ma oggi diversi fattori determinano una "riscoperta" del pascolamento: le produzioni di carne e di diversi prodotti caseari con marchio di qualità, e pertanto regolamentate da Disciplinari di Produzione, hanno spesso l'allevamento almeno parzialmente al pascolo tra i requisiti indispensabili (ad esempio l'Agnello di Sardegna IGP e il Consorzio del Bue Rosso o la carne da allevamento biologico) o facoltativi ma raccomandati (es. IGP del Vitellone Bianco dell'Appennino Centrale).

Inoltre, la nuova PAC prevede diverse pratiche più o meno obbligatorie genericamente comprese nel termine "Greening", tra le quali troviamo il mantenimento dei prati e pascoli permanenti e altre connesse con il pascolo.

Ricordiamo infine che non solo il nostro Paese ma anche altri come il Regno Unito e la Francia hanno superfici adibite a pascolo molto estese (nel Regno Unito il 70% circa del totale della superficie foraggiera).

Il pascolamento è l'utilizzazione diretta dell'erba del pascolo da parte degli animali. La prensione dell'erba avviene con modalità diverse secondo la specie, soprattutto tra ruminanti (privi di incisivi superiori) e monogastrici. In particolare, ovini e soprattutto caprini sono in grado di selezionare notevolmente gli alimenti, e quindi anche l'erba, con l'azione delle labbra, mentre i bovini, a causa della conformazione del labbro superiore, compiono la prensione servendosi della lingua, e non sono in grado di effettuare una scelta.

Nelle condizioni del pascolamento naturale o libero, gli animali esercitano una notevole pressione sulle essenze da essi maggiormente gradite, pascolandole con intensità superiore, mentre utilizzano in minima parte le essenze non pabulari; in tal modo avvantaggiano queste ultime, che possono portare a termine indisturbate il proprio ciclo e andare a seme o propagarsi vegetativamente nella maniera ottimale. Il risultato di questo insieme di condizioni è il degrado lento, costante ed inesorabile dei cotici erbosi, come si osserva purtroppo nella maggior parte delle zone a pascolo della Sardegna, con l'invasione di infestanti erbacee poliennali e arbustive ed il diradamento delle essenze pabulari.

Vi sono essenzialmente due tecniche che consentono di limitare i danni e mantenere l'equilibrio tra essenze pabulari ed infestanti: l'attuazione di sfalci di pulizia e l'adozione del pascolamento turnato con un elevato carico di bestiame nell'unità di tempo per pochi giorni.

La tecnica degli sfalci di pulizia consiste nel passare con la falciatrice nell'appezzamento a pascolo dopo ogni pascolata; ciò impedisce alle essenze non pabulari di prendere il sopravvento e mantiene un sufficiente equilibrio tra le varie specie erbacee. Per contro, tale metodo presenta numerosi svantaggi, principalmente dovuti agli alti costi di gestione del pascolo e all'impossibilità di utilizzare la falciatrice in condizioni difficili dal punto di vista della pietrosità e della giacitura dei suoli.

La tecnica del pascolamento turnato, accoppiata all'adozione di elevati carichi istantanei di bestiame, può essere anche definita pascolamento razionale. Consiste nella suddivisione del pascolo in appezzamenti di dimensioni tali che in essi in 2-3 giorni il bestiame effettui la rasatura del cotico erboso senza possibilità di selezione tra le essenze erbacee; il numero degli appezzamenti dovrebbe essere tale da consentire che il gregge o la mandria passi, dopo il turno stabilito, da una parcella ad un'altra, e torni su uno stesso appezzamento non prima di venti giorni dopo il turno precedente (il tempo è comunque variabile in dipendenza della stagione, dell'andamento termico e delle precipitazioni).

Recinzione elettrica per pascolo

E' chiaro che queste condizioni non sempre sono adeguate a sostenere elevati livelli produttivi, soprattutto nel caso di pecore in lattazione (le bovine da latte ben di rado sono avviate al pascolo, adottandosi nella generalità dei casi la tecnica alimentare dell'unifeed). In pratica, sarà opportuno spostare le pecore in lattazione prima che il cotico risulti esaurito, e sostituire ad esse, per concludere il turno, le pecore giovani e in asciutta, i maschi, o altro bestiame con minori esigenze energetiche.dei pascoli e minori problemi e spese per il ripristino o il mantenimento del cotico.

Gli svantaggi di questo metodo di pascolamento sono essenzialmente legati alle maggiori difficoltà nella gestione del gregge (o della mandria), che va suddiviso in gruppi e spostato di frequente da un appezzamento all'altro; inoltre, richiede una rilevante spesa iniziale in recinzioni, che dovrebbero essere mobili, meglio se elettrificate (in tal caso è sufficiente un doppio filo o una leggera rete metallica plastificata percorsa da corrente elettrica di elevata intensità ma ridotto voltaggio, e addirittura un semplice filo per i bovini). Il risultato è però una corretta gestione.

Miglioramento dei pascoli.

Il miglioramento di un pascolo può essere attuato con un insieme di tecniche selezionate sulla base delle condizioni giaciturali, pedologiche e agronomiche del pascolo considerato. In quali situazioni un pascolo può avere bisogno di un miglioramento? Esaminiamole brevemente:

  • pietrosità e/o invasione di arbusti (cisto);
  • degrado del cotico per diradamento delle erbe pabulari e eccessiva presenza di infestanti erbacee non pabulari e invasive (cardo, asfodelo);
  • scarso e stentato sviluppo del cotico erboso a causa di condizioni pedologiche e agronomiche limitanti (terreni asfittici, rocciosità superficiale, frazione sabbiosa prevalente).

Nel primo caso saranno ipotizzabili interventi di spietramento e/o decespugliamento, attuati con apposite macchine oppure con l'ausilio del fuoco. In seguito al decespugliamento, la semina può essere effettuata direttamente sul terreno sodo, ricoperto dei residui trinciati dei cespugli prima presenti.

Nei casi in cui le infestanti invasive non siano arbusti ma piante erbacee poliennali, può essere necessario intervenire con il diserbo localizzato, che può essere attuato con principi attivi come il GLIPHOSATE (finché non decideranno di vietarlo, come si sta discutendo ultimamente), disseccante sistemico, o altri ad azione simile. Vi sono delle macchine per il diserbo localizzato molto semplici ed efficaci. Accanto a questa tecnica, potrebbe essere opportuno intervenire con l'infittimento del cotico erboso, realizzabile con la semina, direttamente sul pascolo preesistente, di essenze adatte al contesto pedo-climatico. In questi casi, è sempre consigliata, se possibile, una concimazione con concimi binari (solo azoto per favorire le graminacee, solo fosforo per favorire le leguminose).

Nel terzo caso non sempre sarà possibile intervenire, associando ai metodi descritti l'uso di ammendanti o tentando di rompere lo strato impermeabile del suolo.

Scelta delle specie erbacee da pascolo.

La scelta delle essenze da utilizzare rappresenta un momento fondamentale per la buona riuscita del pascolo e altamente qualificante per il tecnico.La prima scelta riguarda la durata: poliennale o annua? e se annua, da erbaio classico o autoriseminante?

Senza dilungarci, diciamo che sarà opportuno scegliere essenze autoriseminanti dove la scarsità di acqua, la limitata potenza del suolo e la difficoltà di effettuare le lavorazioni non consentano l'utilizzo di erbai o di specie poliennali. Le specie da erbaio verranno utilizzate dove sarà possibile intervenire con le lavorazioni e la semina ogni anno; le specie poliennali hanno, in Sardegna, forti limitazioni dovute alle elevate temperature ed alla siccità estiva, tuttavia, in qualche caso, può essere valido il loro utilizzo, soprattutto in miscugli.

Altri fattori di scelta dell'essenza erbacea saranno le caratteristiche delle diverse specie e varietà foraggiere, gli aspetti agronomici e climatici, la possibilità di eventuali consociazioni, l'esposizione al sole, la presenza di ristagno idrico, etc.

Le specie auto riseminanti da pascolo sono, tra le graminacee, il Lolium rigidum, adatto però a zone siccitose, in quanto presenta un ciclo molto breve e pertanto è poco produttivo; anche il Lolium multiflorum, limitatamente ad alcune varietà. Tra le leguminose, diverse Medicago annue e, soprattutto, il Trifolium subterraneum. Quest'ultima specie è senz'altro la più interessante in assoluto: molto adatta ai nostri climi (è originaria della Sardegna, ma selezionata in Australia), presenta numerose varietà adatte a tutte le situazioni, dai terreni asfittici, a quelli ombreggiati delle sugherete, a quelli acidi, poveri e siccitosi.

In generale, sarà opportuno preparare dei miscugli ogni qualvolta le condizioni non siano ottimali, in quanto si hanno in tal modo maggiori probabilità che il pascolo si formi comunque e si mantenga più a lungo.

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